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INTRODUZIONE

Lorenzo Fantini

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La lettura (per un giurista pratica necessariamente quotidiana) delle sentenze civili e penali in materia

di salute e sicurezza evidenzia da sempre la frequenza degli infortuni che sono legati all’utilizzo di

attrezzature e strumenti di lavoro e la drammaticità delle conseguenze infortunistiche derivanti da

un utilizzo di essi non coerente con le disposizioni vigenti in materia di prevenzione degli infortuni e

delle tecnopatie. Personalmente, rimango particolarmente colpito dalla descrizione di

comportamenti dei lavoratori spesso imprudenti o incauti, anche in contesti nei quali ci si

aspetterebbe una attenzione delle aziende elevata rispetto – oltre che alle regole della sicurezza

“intrinseca” di macchine e attrezzature (che, come noto, vanno bene al di là della semplice marcatura

CE) – alle capacità dei lavoratori di conoscere e “governare” le procedure di utilizzo corretto delle

attrezzature.

La conclusione di queste riflessioni (e la mia convinzione in materia) è che tali fenomeni si possono

ridurre drasticamente solo attraverso una attività educativa, che le aziende devono prevedere e

pretendere, nei riguardi degli operatori, che – per mezzo di scelte dell’azienda non dettate da pur

comprensibili esigenze economiche – comporti una crescita dei medesimi in termini culturali e,

soprattutto, rispetto all’esistenza e alla necessità di applicazione giorno per giorno delle procedure

di salute e sicurezza inderogabili e fondamentali in materia.

La normativa vigente si è cominciata nel recente passato a dirigere in tale direzione, tanto che nel

2012 è stato pubblicato l’Accordo sulla formazione degli operatori di determinate attrezzature di

lavoro, in attuazione dell’articolo 73, comma 5, del d.lgs. n. 81/2008, sui c.d. “patentini”. L’uscita del

provvedimento, molto problematica per ragioni sia tecniche che politiche e sindacali (parlo

soprattutto della opposizione delle organizzazioni datoriali che ne hanno colto, in modo troppo

superficiale, soprattutto l’aspetto dell’aggravio economico per le imprese), ha costituito un

importante passo in avanti in quanto, pur attraverso una regolamentazione tutt’altro che moderna

e chiaramente intellegibile, è ora possibile per tutti avere un riferimento importante in ordine ai

contenuti e alle procedure della formazione sulle attrezzature di lavoro. Tuttavia, ritengo che in

materia si sia ben lontani da una accettabile incidenza dell’educazione degli operatori all’utilizzo “in

sicurezza” delle attrezzature di lavoro, soprattutto perché la novità normativa non ha portato a quella

attenzione rispetto all’addestramento da fare sulle attrezzature che ci si sarebbe potuti aspettare.

A tale riguardo, basti ricordare come anche qualora – come accade molto spesso – le attrezzature di

lavoro non rientrino tra quelle per le quali è espressamente statuito che si applichino le disposizioni

dell’Accordo sui c.d. “patentini” su di esse vanno comunque effettuate le attività di valutazione dei

rischi, formazione e addestramento previste dalla normativa, le quali, troppo spesso, sono carenti in

azienda. In altre parole tale necessità, come devo spessissimo sottolineare nei miei confronti con

aziende e operatori della salute e sicurezza, non viene assolutamente meno quando l’attrezzatura

non è “compresa” tra quelle alle quali si applica l’Accordo del 2012 dovendo, in tali situazioni,

procedere l’azienda a programmare e realizzare una attività di addestramento dei lavoratori che

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Direttore dei Quaderni della sicurezza di AiFOS, avvocato giuslavorista, già dirigente divisioni salute e

sicurezza del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.