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25 settembre 2026

Interventi e commenti

Dei grandi maestri e della loro sempiterna attualità: Sebastião Salgado (parte prima)

Sebastião Salgado (1944-2025) è stato, e continua ad essere, il più grande fotoreporter umanista che la storia della fotografia abbia conosciuto. Nelle sue fotografie possiamo ritrovare un incontro di un’unicità eccezionale: quello tra la sublime tecnica compositiva del maestro con la sensibilità del filantropo che risiedeva in modo naturale nella sua persona.

Contributo a cura di Silvia Toselli, Responsabile area grafica e Immagine di Aifos e formatrice

Dei grandi maestri e della loro sempiterna attualità: Sebastião Salgado (parte prima)

Dopo aver conseguito una formazione universitaria in materie economiche, Sebastião Salgado, in seguito ad una missione in Africa, rimase folgorato dalla realtà che lo circondava e decise di diventare fotografo. Per nostra fortuna, perchè oggi noi spettatori possiamo vedere e forse comprendere l’adesione di un uomo al “momento” che ha saputo fermare e rendere unico, consegnando alla storia le tante testimonianze che l’umanità avrebbe altrimenti continuato ad ignorare.

Raccontare l’incredibile vita e la produzione artistica e documentaristica di Salgado richiederebbe molte parole, perciò, da buona FormArtista, cercherò di trasmettere qualcosa della sua opera tramite le immagini. Tramite un’immagine, anzi, perché se c’è una cosa che la storia dell’arte ci ha insegnato, è che le idee e le intuizioni dei grandi maestri e geni delle arti visive hanno la capacità di vivere in un tempo proprio, in cui si rivelano perpetuamente attuali nel portare riflessioni profonde sulle nostre condizioni.

Per conoscere meglio l’opera di Salgado consiglio la visione dello splendido film-documentario "Il sale della Terra" diretto da Wim Wenders (2014), disponibile su diverse piattaforme ed anche su Youtube (la visione in HD è fortemente raccomandata).

Torniamo alla nostra immagine.
Nel 1986, Sebastião Salgado ricevette finalmente l'autorizzazione da parte delle autorità brasiliane a visitare e fotografare la Serra Pelada, una vasta area mineraria ai confini della Foresta amazzonica. Nonostante i sei anni di attesa, forse il maestro non era pronto per ciò che lo attendeva sulla cima di quella collina.

"Arrivando sul ciglio di questo immenso buco, mi è venuta la pelle d'oca, non avevo mai visto una situazione del genere: mi si è mostrata davanti, in poche frazioni di secondo, la storia dell'umanità. (...)"

Davanti agli occhi di Salgado si estendeva un cratere di circa 200 metri di ampiezza e altrettanti di profondità, brulicante di decine di migliaia di uomini. Queste persone salivano lungo ripide scale portando sulle spalle sacchi che potevano pesare fino a 40 kg, per poi ridiscendere di corsa, vista la pendenza, nelle fauci della miniera. I loro corpi seminudi e i loro pochi vestiti erano ricoperti del fango in cui scavavano alla ricerca dell’oro.
"Non si sentiva il suono di una sola macchina là dentro, si sentiva solo il mormorio di 50.000 persone in un enorme buco. Sono davvero tornato all'alba dei tempi".

Guardando la fotografia si può erroneamente pensare a condizioni di schiavitù, ma si tratta di lavoratori (contadini che venivano dalla campagna, operai, giovani laureati, ecc.) impegnati in una selvaggia ricerca di fortuna, nella miniera d’oro a cielo aperto più grande del mondo. Lo stesso autore asserisce che l'unica schiavitù nella Serra Pelada era "il desiderio di arricchirsi".
Questo scatto è solo uno dei tanti dell’accurata serie di fotografie che documenta le condizioni disumane in cui operavano le persone, nel 1986, nella miniera d'oro di Serra Pelada. Ed è a mio parere la più rappresentativa per introdurre questo lavoro d'insieme, per via del colpo d'occhio pazzesco che si è presentato fin da subito all'artista, e che grazie ai suoi scatti si presenta tutt'oggi a noi. Nelle altre numerose immagini Salgado documenta anche da molto vicino i corpi, la forza con cui trasportano i sacchi o l'agilità con cui si ributtano a capofitto nella miniera, la fatica di un lavoro fisicamente estenuante, nella speranza provocata dalla "febbre dell'oro".
Da ciascuno degli scatti della serie della Serra Pelada si potrebbero trarre molteplici significati, metafore e riflessioni sia sulla condizione umana che sul mondo del lavoro, ed è per questo che trovo che l'intento di Salgado, così sincero ed immediato, possa essere un forte stimolo visivo per chi ogni giorno prova, entrando in aula, a formare le persone...

In uno dei nostri recenti corsi sull’utilizzo delle immagini nella formazione, io e Andrea Cirincione, abbiamo riflettuto con l'aula su come questa fotografia evochi un tempo più lontano del comunque lontano 1986, un tempo più antico, complice forse anche la scelta tecnica del bianco e nero.
Ed è proprio su questo apparente anacronismo che vorrei ci concentrassimo insieme.

Sono in vacanza, è pomeriggio e sto leggendo un quotidiano online. Un'immagine mi colpisce per il suo potere evocativo. Penso a Salgado. Poi leggo la notizia.

19 agosto 2026: il crollo di una miniera d'oro in Repubblica Centrafricana provoca almeno 100 morti. La tragedia è avvenuta nella miniera artigianale di Zamboyé, a circa 50 km dalla città Baboua. Decine di giovani - e giovanissimi - sono stati inghiottiti dalla terra mentre cercavano nell’oro una possibilità di sopravvivenza o forse, come i ragazzi nella Serra Pelada, la propria fortunata occasione.

Siamo di fronte all'ennesima tragedia in un'area del mondo in cui quotidianamente si rischia la vita per lavorare e per sopravvivere. I numerosi articoli giornalistici che raccontano l’accaduto ci possono dare solo uno spiraglio di quali siano le condizioni lavorative in un sito in cui lo sfruttamento e la totale assenza di norme di sicurezza sono all'ordine del giorno. Sappiamo che un intero costone della cava è crollato all'improvviso a causa delle forti piogge stagionali.

Intanto...
La miniera della Serra Pelada è stata chiusa da molto tempo, e il grande Sebastião Salgado ci ha tristemente lasciati, nel 2025. Eppure l'intensità delle sue immagini emerge tutt'oggi, a quarant'anni di distanza, in tutta la sua verità, portando il nostro sguardo davanti a uno di quegli episodi in cui ci si sente inesorabilmente impotenti.

Guardando lo scatto di Salgado del 1986, così come vedendo le fotografie delle agenzie che hanno riportato la notizia dello scorso agosto, ciò che non dobbiamo dimenticare è che le persone sono "il sale della terra".

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