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Con Matteo Fadenti un "ripasso" della norma, delle buone pratiche per la scelta e le regole per l'utilizzo in sicurezza
Normalmente, nell’editoriale del giornale degli RSPP di AiFOS, trattiamo temi generici o comunque andiamo ad introdurre le tematiche affrontate nei diversi articoli del numero. Questa volta, andiamo a trattare un tema tecnico e molto specifico, che però per un RSPP è realmente importante.
In particolare, andremo a disquisire dell’utilizzo che normalmente si fa dei dispositivi anticaduta retrattili, strumenti molto utilizzati nei lavori in quota, che però, spesso, vengono utilizzati in modo sbagliato e pericoloso.
Quello dei lavori in quota è un tema cruciale per ogni RSPP, visto che la caduta dall’alto, è una delle principali cause di infortunio mortali. Il D.Lgs. 81/08, spiega che il datore di lavoro deve gestire il rischio partendo dalla prevenzione e solo se questa non è abbastanza o non applicabile, procedere con la protezione collettiva, ed infine, quella individuale.
Spesso, nei lavori in quota, i costi ed i tempi, comportano il mancato utilizzo di protezioni collettive (come, ad esempio, parapetti o ponteggi) a favore dell’implementazione di sistemi di lavoro che prevedano l’utilizzo di DPI.
Soprattutto nella nostra era, dove in commercio si possono trovare dispositivi di ogni tipo e funzionalità, diventa importante che l’RSPP, nel documento di valutazione dei rischi e nelle procedure, consigli adeguatamente i datori di lavoro ed i lavoratori stessi, su quali siano gli strumenti più adeguati da utilizzare, in funzione del tipo di lavoro da svolgere.
Un dispositivo, che trova larghissimo impiego nei lavori in quota, è senza ombra di dubbio, il dispositivo anticaduta retrattile.
I dispositivi anticaduta retrattili sono apparecchiature robuste e compatte, hanno un complesso di congegni interni che permette all’utilizzatore di muoversi in ogni direzione senza preoccuparsi della fuoriuscita e del rientro del cavo di collegamento. Come detto, quindi, la loro funzione essenziale è quella di proteggere dalle cadute dall’alto. Il punto è che spesso questi dispositivi, vengono utilizzati in modo errato e pericoloso.
Andiamo per gradi.
Gli anticaduta retrattili sono dispositivi di protezione individuali (DPI) che rispondono alla normativa tecnica EN 360, sono pensati esclusivamente per arrestare una caduta e non per impedirla.
Sul mercato sono chiamati in numerosi modi ma il nome completo è sistemi di arresto caduta con dispositivi retrattili. In inglese sono chiamati Self Retractable Lifeline (SRL) oppure blocker ma li trovate anche sotto la definizione di mini-bloc.
Tali dispositivi, sono composti da 3 elementi fondamentali:
In caso di caduta, l’accelerazione del cavo attiva la rotazione del meccanismo di blocco che si attiva per forza centrifuga e rimane bloccato sotto la tensione del cavo. Appena si toglie la tensione al cavo, il meccanismo di blocco rientra e il cavo ricomincia a scorrere nelle due direzioni.
Gli anticaduta retrattili hanno la capacità di fornire all’operatore la giusta lunghezza del cavo necessaria mantenendolo sempre in tensione, in questo modo, l’operatore viene seguito e non ha corde o cordini tra i piedi che possono causare inciampi. Inoltre, il lavoratore non deve preoccuparsi di regolarlo manualmente, e questo lo rende facilmente utilizzabile in diverse situazioni.
In aggiunta a questo, anche se è molto soggettivo, dà una sensazione di maggiore sicurezza perché si blocca appena il cavo viene tensionato un po’ più “rapidamente”. E in alcuni casi è vero.
In altri casi, se non si è perfettamente a conoscenza delle loro caratteristiche e limiti, gli anticaduta retrattili possono provocare l’effetto inverso ovvero mettere in maggiore pericolo il lavoratore.
Possiamo dividere gli anticaduta retrattili in base alla tipologia di cavo utilizzato e in base alla composizione della scocca esterna. I cavi più utilizzati sono di tipo metallico possono essere in acciaio zincato oppure in acciaio inox: i primi vanno sempre bene ma, in caso di atmosfere o sostanze corrosive/ossidanti, un cavo in acciaio inox fornisce più garanzie di durata e quindi di sicurezza. Una terza variante, soprattutto nei dispositivi di piccole dimensioni, è l’utilizzo della fettuccia in fibre sintetiche. Queste consentono di ridurre sia le dimensioni delle scocche sia il peso.
Per quanto riguarda le scocche, anche queste possono essere in materiale plastico o metallico. Il primo, solitamente un PVC ad alta resistenza, è tra i più diffusi tra i maggiori costruttori di anticaduta retrattili. Ha una buona resistenza e un peso ridotto che nel complesso non guasta. Come tutti i materiali plastici, però, è più soggetto al deperimento soprattutto a causa dell’esposizione ai raggi UV.
Nel caso in cui gli anticaduta retrattili devono rimanere fissi all’esterno, o si utilizzano speciali “cappucci” di protezione oppure si utilizzano retrattili con scocche metalliche, in genere in alluminio.
Le caratteristiche, che ci possono aiutare nella scelta corretta, sono in genere dettagliate nel manuale utente rilasciato dal fabbricante e da queste non ci si deve mai discostare. Ogni uso non previsto dal manuale, non garantirà all’operatore la giusta sicurezza.
Per questo, la prima regola, seppur scontata, che si deve rispettare (e anche se è scontata spessissimo non viene rispettata) è quella di avere e di leggere attentamente il libretto d’uso e manutenzione. Dai manuali, infatti, si possono evincere le modalità corrette di utilizzo di tali attrezzature. Di seguito alcuni esempi.
Peso minimo del carico
Sotto un certo peso, il retrattile potrebbe non attivarsi nei tempi e nelle distanze necessarie ma soprattutto potrebbe non entrare in funzione il dissipatore interno. Normalmente, i prodotti più sensibili, indicano un carico minimo dai 25 ai 35 kg. Condizione difficile da non rispettare a meno che non si abbia a che fare con bambini… ma qui non siamo più in ambito lavorativo. Quello però che c’è da sapere è che non c’è solo un peso massimo di utilizzo, ma anche uno minimo.
Distanza tra area di lavoro e punto di ancoraggio
Esistono sul mercato anticaduta retrattili da 2 m fino a oltre 40 metri. Le taglie più comuni sono da 10, 15 o 20 m ma ultimamente si utilizzano sempre di più mini-retrattili (mini-bloc) da 1,8 / 2 m o da 6 m. Il meccanismo di blocco e dissipazione, per entrare in funzione, necessita di un’accelerazione.
Bisogna quindi controllare bene il manuale sul quale ci dovrebbe essere riportata la lunghezza minima di quanto cavo deve rimanere all’interno del dispositivo, sufficiente ad attivare il blocco.
Temperatura di esercizio
Le temperature alle quali vengono utilizzati gli anticaduta retrattili possono inficiare sul loro funzionamento. La maggior parte dei produttori garantisce un perfetto funzionamento a temperature comprese tra i -40°C e i + 50°C. Se in Italia è difficile arrivare ad operare a -40°C, non è raro trovare ambienti dove la temperatura sale oltre i 50°. Ad esempio, sopra macchinari che lavorano sfruttando il calore del vapore (vedi cartiere) o sopra altiforni. Non dimentichiamoci poi che la temperatura si stratifica e aumenta verso l’alto per cui, se anche al livello operatore ci sono temperature “normali”, in alto possono esserci anche più di 50°C.
Atmosfera
In caso di presenza di atmosfere esplosive, gli anticaduta retrattili dovrebbero essere certificati ATEX. Quindi devono essere costruiti per non produrre scintille o elettricità statica, né dal cavo né dagli altri componenti come scocca, connettori o punto di ancoraggio.
Il fattore di caduta
Il tirante d’aria libero è lo spazio necessario ad un sistema anticaduta per arrestare un operatore con un margine di sicurezza di almeno un metro. Se l’ancoraggio è in posizione superiore rispetto al mio punto di connessione sull’imbraco, il fattore di caduta è zero. Se l’ancoraggio è alla stessa altezza del punto di connessione, la caduta è pari alla lunghezza del cordino, quindi fattore 1. Se l’ancoraggio è all’altezza dei piedi, cadrò due volte l’altezza del cordino, quindi fattore 2.
La maggior parte degli anticaduta retrattili sono certificati per il lavoro a fattore zero. Se il mio sistema è a fattore 1 o 2, devo controllare sul manuale se il dispositivo è stato testato per questo tipo di caduta.
Maggiore è il fattore di caduta, maggiore è la distanza percorsa dall’operatore. Maggiori quindi sono le forze che scarica sul sistema e che determinano maggiori allungamenti del dissipatore, e questo ha un’influenza diretta sulla distanza di arresto ed il rispetto del tirante d’aria libero.
Infatti, gli anticaduta retrattili a norma EN 360 devono garantire l’arresto entro 2 metri senza trasmettere all’operatore più di 6 kN.
Lavoro verticale o orizzontale
Questo è forse l’aspetto più critico, dove nasce la maggior parte degli errori. Infatti, basti vedere diversi cantieri, o altri ambienti di lavoro, per rendersi conto, che tantissimi lavoratori utilizzano tali dispositivi su linee vita orizzontali (usando quindi il dispositivo in orizzontale).
Per verticale, orizzontale o obliqua si intende la direzione verso cui si svolgono i cavi degli anticaduta retrattili durante la caduta. Dipende dal costruttore ma in genere viene considerata verticale la caduta in cui il cavo non devia per più di 30° rispetto l’asse verticale. Oltre i 30°, si parla di obliquo o orizzontale, come ad esempio quando si lavora con un retrattile su una falda di copertura con l’ancoraggio alla linea vita di colmo.
Cosa può succedere, in questo caso, se il dispositivo non è stato testato per uso orizzontale o obliquo? In caso di caduta/scivolamento lungo la falda, il corpo non accelera sufficientemente come se cadesse in verticale e il dispositivo potrebbe non attivarsi.
Se l’operatore cade oltre il bordo della falda (quindi con un’accelerazione verticale), il cavo/fettuccia si trova a strusciare contro lo spigolo del bordo subendone attriti e frizioni e quindi con possibilità di rallentamento dei tempi di innesco dei retrattili anticaduta.
Il punto di ancoraggio
Il punto di ancoraggio deve essere sicuro, verificato e certificato. Gli ancoraggi scelti devono essere però compatibili con gli anticaduta retrattili.
La norma EN 795 come la UNI 11578, le normative che regolano la costruzione degli ancoraggi, richiedono che il fabbricante dichiari con quale DPI sono stati testati. Se il costruttore non ha fatto test con dispositivi retrattili, sarebbe meglio non abbinarli.
Succede spesso con le linee vita a cavo flessibile in quanto, essendo munite di un sistema di assorbimento, questo potrebbe non dare al dispositivo retrattile la giusta resistenza necessaria a far sì che si attivi e si blocchi. Se per esempio, l’allungamento della linea vita a cavo è molto progressiva (magari perché composta da elementi deformabili) non solo si possono allungare tantissimo gli spazi di arresto ma questi potrebbe anche non avvenire del tutto.
Un’altra condizione di pericolo che pochi conoscono è il cosiddetto effetto yo-yo. Ricordiamoci: quando il cavo di un retrattile accelera (caduta), avviene l’arresto mediante il blocco del meccanismo di recupero. Togliendo tensione al cavo, il meccanismo si sblocca e il cavo torna a srotolarsi. Se la linea vita a cavo flessibile reagisce con un effetto molla, l’operatore caduto può rimbalzare e, tornando verso l’alto anche per pochi centimetri, potrebbe disattivare il blocco facendo svolgere nuovamente il cavo, finendo a terra.
Per concludere, possiamo dire che, le regole importanti da rispettare quando si usano tali dispositivi sono:
Infine, l’aspetto più banale ma più importante
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