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Procedure e slide non bastano a produrre un cambiamento reale dei comportamenti. Le persone ricordano soprattutto ciò che genera coinvolgimento emotivo, identificazione e significato. Raccontare incidenti, near miss ed esperienze operative consente di lavorare su percezione del rischio, memoria, apprendimento e cultura della prevenzione, trasformando la formazione da semplice trasmissione di contenuti a esperienza capace di incidere sui comportamenti.
Contributo a cura di Nicola Corsano, Consigliere nazionale Aifos
Chi si occupa di formazione degli adulti sa bene che non tutto ciò che viene spiegato viene realmente ricordato. Molti lavoratori, a distanza di pochi giorni da un corso, dimenticano numeri, articoli normativi o sequenze procedurali, ma ricordano perfettamente il racconto di un incidente, una testimonianza reale o una situazione vissuta durante un’esercitazione.
Questo accade perché il cervello umano non apprende solo attraverso informazioni astratte, ma soprattutto attraverso esperienze significative e narrazioni capaci di creare connessioni emotive e cognitive. Le storie attivano attenzione, immedesimazione e memoria molto più di una sequenza di slide o di un elenco di prescrizioni.
Dal punto di vista dell’andragogia, l’adulto apprende meglio quando riesce a collegare i contenuti alla propria esperienza concreta e quando percepisce l’utilità immediata di ciò che ascolta. Lo storytelling permette proprio questo: trasformare concetti tecnici e norme in situazioni riconoscibili, vicine al lavoro reale e quindi più facilmente interiorizzabili.
Nella salute e sicurezza sul lavoro, dove il vero obiettivo della formazione è incidere sui comportamenti e non solo trasferire informazioni, questa dimensione assume un valore strategico.
L’utilizzo strutturato delle storie come strumento di apprendimento non nasce nel mondo della formazione tradizionale, ma in contesti ad alta affidabilità dove gli errori possono avere conseguenze molto gravi.
In aviazione civile, ad esempio, l’analisi narrativa degli incidenti viene utilizzata da decenni per migliorare la capacità decisionale degli equipaggi e sviluppare consapevolezza rispetto ai fattori umani. Non si studiano soltanto le procedure violate, ma soprattutto il modo in cui le persone hanno interpretato i segnali, gestito la pressione e preso decisioni in condizioni complesse.
Anche in medicina, soprattutto nell’ambito dell’emergenza e delle sale operatorie, il racconto dei casi clinici rappresenta uno strumento fondamentale di apprendimento. Le storie aiutano i professionisti a comprendere dinamiche organizzative, errori cognitivi, problemi comunicativi e criticità sistemiche che difficilmente emergerebbero attraverso un approccio puramente teorico.
Nel management e nella leadership organizzativa, lo storytelling è oggi considerato una leva potente per costruire cultura, trasmettere valori e favorire il cambiamento dei comportamenti. Le organizzazioni non si trasformano solo attraverso procedure e istruzioni, ma anche attraverso le storie che circolano al loro interno.
È proprio questa logica che rende lo storytelling particolarmente interessante anche nella formazione alla sicurezza.
Uno degli aspetti più rilevanti dello storytelling riguarda il ruolo delle emozioni nei processi di apprendimento.
Le neuroscienze mostrano come attenzione, memoria e capacità decisionale siano fortemente influenzate dal coinvolgimento emotivo. Una formazione completamente neutra, impersonale e distante dall’esperienza concreta rischia spesso di essere percepita come un semplice adempimento.
Al contrario, una storia ben costruita attiva immedesimazione e riflessione. Il lavoratore non si limita ad ascoltare una regola, ma si confronta mentalmente con una situazione, valuta decisioni, immagina conseguenze e collega ciò che ascolta al proprio contesto operativo.
Questo è particolarmente importante nella percezione del rischio. Molti comportamenti insicuri non derivano dalla mancanza di informazioni, ma dalla normalizzazione del pericolo, dall’abitudine o dalla convinzione implicita che “non succederà proprio a me”.
Le storie aiutano a rompere questa illusione di invulnerabilità perché rendono il rischio concreto, umano e vicino all’esperienza reale.
Nella formazione alla sicurezza, incidenti, quasi incidenti e testimonianze rappresentano uno straordinario patrimonio formativo spesso sottoutilizzato.
Un near miss raccontato e analizzato correttamente permette di lavorare sulla prevenzione in modo molto più efficace rispetto alla semplice esposizione teorica di una procedura. Le persone tendono infatti a riconoscersi più facilmente in situazioni realistiche, ambigue e quotidiane rispetto agli esempi perfetti costruiti artificialmente.
Anche le testimonianze dirette possono avere un forte impatto formativo. Il racconto di un lavoratore che descrive un errore, una sottovalutazione o un evento realmente vissuto genera spesso attenzione e coinvolgimento molto superiori rispetto a una lezione tradizionale.
Naturalmente il valore metodologico non sta nell’effetto emotivo fine a sé stesso, ma nella capacità di trasformare il racconto in apprendimento. È qui che il ruolo del formatore diventa centrale.
Non basta raccontare un incidente perché si produca apprendimento.
Uno degli errori più frequenti consiste nel limitarsi alla cronaca dell’evento o nella ricerca del colpevole. In questi casi il rischio è ottenere solo paura, distacco o giudizio morale, senza alcuna reale riflessione sui comportamenti e sul sistema organizzativo.
Lo storytelling efficace non si concentra soltanto sull’esito finale, ma accompagna il gruppo dentro il processo decisionale che ha portato all’evento. Aiuta a comprendere il contesto, le pressioni operative, i segnali ignorati, gli automatismi, i compromessi e le condizioni che hanno reso una scelta apparentemente sbagliata comprensibile in quel momento.
È questa la prospettiva tipica dei più recenti studi sui fattori umani e sulla Safety-II: comprendere come le persone costruiscono continuamente adattamenti operativi all’interno di sistemi complessi.
Una storia formativa efficace non serve quindi a semplificare la realtà, ma a renderla leggibile.
Dal punto di vista metodologico, una storia utilizzata in formazione dovrebbe avere alcune caratteristiche precise.
Prima di tutto deve essere credibile e vicina al contesto reale dei partecipanti. Più i lavoratori percepiscono la situazione come concreta e plausibile, maggiore sarà il coinvolgimento.
È poi importante che il racconto non sia immediatamente “chiuso” con una morale o una soluzione predefinita. Le storie più efficaci sono quelle che stimolano domande:
Lo storytelling diventa realmente formativo quando apre confronto, riflessione e dialogo tra i partecipanti.
Un altro elemento importante riguarda il linguaggio. Le storie devono essere semplici, concrete e ricche di dettagli operativi, evitando eccessi tecnici o descrizioni inutilmente drammatiche.
Come tutte le metodologie formative, anche lo storytelling richiede attenzione e competenza.
Uno dei rischi principali è la spettacolarizzazione dell’incidente: immagini scioccanti, racconti esasperati o ricerca dell’effetto emotivo possono generare paura o rifiuto, senza produrre apprendimento reale.
Esiste poi il rischio della colpevolizzazione. Quando la storia viene utilizzata per individuare “chi ha sbagliato”, il gruppo tende a prendere le distanze dall’evento invece di riflettere sui meccanismi organizzativi e cognitivi che possono riguardare tutti.
Particolare attenzione va inoltre posta agli aspetti emotivi e traumatici. Alcuni racconti possono riattivare esperienze personali molto forti nei partecipanti. Il formatore deve quindi gestire questi momenti con sensibilità, evitando forzature emotive o dinamiche umilianti.
L’obiettivo non è impressionare, ma generare consapevolezza.
Il vero valore dello storytelling nella formazione alla sicurezza non consiste nel rendere il corso “più interessante”, ma nel favorire la costruzione di una cultura condivisa della prevenzione.
Le organizzazioni sono fatte anche delle storie che si raccontano ogni giorno: storie di errori nascosti, di problemi ignorati, di adattamenti operativi, ma anche di collaborazione, attenzione e capacità di prevenire incidenti.
Portare queste storie dentro la formazione significa aiutare le persone a leggere il lavoro reale, comprendere meglio i rischi e sviluppare consapevolezza collettiva.
In questa prospettiva, lo storytelling non è semplicemente una tecnica comunicativa, ma una vera metodologia formativa capace di collegare esperienza, emozione, riflessione e apprendimento.
È probabilmente qui che la formazione alla sicurezza può trovare una delle sue evoluzioni più importanti: smettere di trasmettere soltanto regole e iniziare a costruire significato condiviso attorno ai comportamenti e alla prevenzione.
Orario di apertura
Dal lunedì al venerdì
9.00 - 12.00 | 14.30 - 17.00
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